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ambrogio spreafico e eugenio bernardini 26 08 2019 1
(Spreafico e Bernardini)

Lunedì 26 agosto


Cari amici,

sono contento di essere anche questa volta con voi all’inizio del vostro Sinodo. Ero stato qui nel 2016 e ancora ricordo il valore di questo seppur breve momento all’interno dei vostri lavori. In questi anni abbiamo lavorato insieme, sempre di più. Il Signore ci ha aiutato a rendere le nostre differenze motivo di ricchezza e non di divisione o, peggio ancora, di scontro. Anche il nostro comune impegno e la reciproca conoscenza, oltre che l’amicizia, lo hanno reso possibile. Sono ormai quattro i convegni proposti dalla Commissione episcopale e dall’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo che organizziamo assieme a voi, alla Federazione delle Chiese Evangeliche italiane, alle Chiese Ortodosse e alle Antiche Chiese Orientali. Non tutto è facile nel dialogo, ma la pazienza, la preghiera, l’amicizia, e la sapienza derivante dalla nostra fede in Cristo Signore hanno reso più facile il nostro colloquio.

 

Ci troviamo in un tempo difficile, davanti a donne e uomini a volte imprigionati dalla paura e di conseguenza da una rabbia e da un rancore che devono trovare ogni giorno qualcuno con cui sfogare il proprio risentimento, fossero gli stranieri, i rom, i poveracci, oppure persino il vicino o il parente che ti hanno infastidito con il loro comportamento. Prendersela con qualcuno è la scelta quotidiano di molti, i quali con gesti o parole dette o scritte sui social, nuovo mercato dell’insulto e della condivisone dello scontro, rendono sempre più difficile una convivenza pacifica pur nella differenza di ognuno. Da parte mia, ho detto più volte ai fedeli della mia diocesi, che insultare o anche solo condividere sui social un insulto è peccato e deve essere confessato! Purtroppo, questo modo di vivere sta diventando sempre più l’attitudine di donne e uomini che non si ascoltano e non si parlano, e quindi vedono istintivamente in ognuno un possibile rivale o persino un nemico. Noi cristiani, cari amici, siamo per costituzione un “noi”, e non tanti “io pavone” che si destreggiano tra loro come se fossero ogni giorno in guerra, eccetto quei pochi momenti di soddisfazione o di euforia che non annullano questo modo di vivere. Il Signore Gesù chiamò i discepoli uno a uno, o due a due, ma poi “ne costituì Dodici”, cioè ne fece una comunità, come leggiamo nel Vangelo di Marco (3,14-16). Quegli uomini furono missionari del Vangelo come comunità e non come singoli che presero una decisione da soli. Furono costituiti e inviati “due a due” (Lc 10,1). E’ la nostra missione in questo tempo difficile di tanti “io” contrapposti: costruire comunità, reti di relazioni e di amicizia, attorno all’Evangelo del Nostro Signore, segnate dal suo amore e dalla sua predilezione per i poveri, ritessere i legami sfilacciati della società. Non possiamo rinunciare a questo impegno, soprattutto oggi, altrimenti saremo fagocitati dall’omologazione di un mondo che ci vorrebbe donne e uomini che sfuggono e rifiutano la diversità che li caratterizza e cercano solo “cloni” con cui vivere la loro povera vita. A volte i social, pur nella loro innegabile positività, favoriscono questo scelte, mentre rendono facili compagni di viaggio della paura e della solitudine.

 

Per questo abbiamo sempre più bisogno di porre gesti e parole che vadano in senso contrario, direi con Bonhoeffer, che esprimano la nostra “resistenza” a questa spirale di odio e d’inimicizia. Non posso non menzionare di nuovo l’impegno profetico dei “Corridoi umanitari”, che ha preso avvio proprio da noi cristiani, cattolici ed evangelici, la Comunità di Sant’Egidio e poi anche la CEI, voi della Tavola Valdese e la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.  La profezia è fatta di parole, visioni e gesti. Basta leggere Amos o Ezechiele. Queste tre manifestazioni della profezia sono connesse: la Parola che noi ascoltiamo e comunichiamo, la visione che ci spinge oltre il nostro particolare, di cui siamo facilmente prigionieri come singoli e a volte anche come Chiese, i gesti di gratuità e di amore che ne sono la conseguenza. In questo senso l’iniziativa dei “Corridoi umanitari” non è solo un’azione benefica, bensì profezia di un mondo, dove le migrazioni fanno parte di quelle tragiche conseguenze di ripetute azioni che stanno mettendo in discussione l’armonia del creato, dove le guerre, la povertà, la violenza e le ingiustizie non permettono a molti di continuare a vivere là dove sono nati. Il 29 luglio di quest’anno, tre giorni prima dello scorso anno, abbiamo già consumato le risorse che avremmo dovuto consumare in un anno perché il pianeta terra continui a sopravvivere.  Su questo tema abbiamo riflettuto assieme a Milano lo scorso anno e continueremo quest’anno a Roma proprio sulla domanda delle migrazioni. Ma dobbiamo continuare a lavorare assieme con più determinazione.

 

Infine, cari amici, lasciatemi concludere sottolineando come alla base di tutto il nostro vivere come cristiani, che vogliono testimoniare l’Evangelo di Gesù, si deve sempre manifestare la forza della Fede, che nella Parola di Dio trova la sua sorgente. Voi ci avete aiutato a riscoprire la bellezza e la potenza di questa Parola, che cambia i cuori e la storia. Mi auguro che essa sia sempre all’inizio e alla fine di ogni nostro impegno, perché senza questo spirito che soffia non ci sarà nessuna trasformazione della storia. Ma “la parola di Dio è viva ed efficace”, come dice la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12), e non torna a Dio senza aver realizzato ciò per cui Egli l’ha mandata, come afferma Isaia in un tempo difficile della storia di Israele (55, 11). Non tutto, per grazia di Dio, dipende da noi. Il Signore farà senza dubbio la sua parte!

 

Auguri e buon lavoro a nome della Commissione e l’Ufficio CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo


firmaspreafico mini2


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Si legga anche (cliccare sul singolo rigo, per aprire il testo):

-  Programma dei lavori

-
Saluto del Santo Padre

- la nota dell'AgenSIR