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Sabato 20 aprile 2019
Cattedrale


Care sorelle e cari fratelli,


ci uniamo anche noi al canto di Israele dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Si, il Signore non lascia in potere della schiavitù e morte il suo popolo, come non lasciò in potere della morte il suo Figlio, condannato e crocifisso. Egli è il Dio della vita, Dio di Israele e Dio di Gesù, Dio nostro e Padre di tutti. E’ lo sposo del suo popolo, lo sposo della nostra comunità. Non ci abbandona nel dolore, nella fatica della vita. Oggi vorrebbe che noi tutti, pur nella nostra fragilità e incertezza, ci unissimo al canto di lode per la sua vittoria, conseguenza del suo amore eccessivo e gratuito per noi. Forse in qualche momento ci è sembrato lontano, quasi disinteressato a noi, alle nostre difficoltà, al nostro dolore, ma oggi vorrebbe farci sentire il suo amore, come abbiamo ascoltato dal profeta Isaia: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia”. Oggi in Gesù morto e risorto il nostro Dio vuole rinnovare la sua alleanza di pace con noi, vuole donarci quell’affetto prezioso per farci vicini, amici tra noi, oltre lo spirito d’insoddisfazione che ci rende a volte lontani, diffidenti, pieni di paure e di astio verso gli altri. E’ la Pasqua del Signore, è il passaggio del Signore della vita, che vuole risvegliare in noi la gioia e la bellezza della vita cristiana, che renderà il mondo migliore, vuole rinnovare in noi la fiducia nell’amore con il quale egli conduce e libera la nostra vita dalla chiusura, dagli egoismi, dalla solitudine, da tutto ciò che ci separa da lui.

Siamo venuti qui nella notte, come quelle donne che andarono al sepolcro al mattino presto. Anch’esse erano incerte, paurose, ma secondo le usanze del tempo volevano prendersi cura del corpo di quel loro amico. Trovarono la pietra rimossa dal sepolcro, dove non c’era più il corpo di Gesù, e si domandarono che senso avesse tutto questo. Due uomini in abiti sfolgoranti si presentarono a loro dicendo: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”. Oggi quei due si presentano a noi per farci partecipi del grande mistero della resurrezione, di un uomo che ha vinto la morte. Crediamo noi a tutto questo? Crediamo che il nostro Dio è un Dio della vita, e che ci manda nel mondo testimoni della vita che egli ci ha donato e ci donerà in modo definitivo dopo la morte? In questo tempo difficile, che sembra volerci divisi e nemici, paurosi e lamentosi, sapremo accogliere questa parola di vita che potrebbe essere la giusta risposta alle incertezze e alle paure del nostro tempo? Israele cantò un canto di vittoria e di gioia dopo la liberazione dalle acque del mare e per la morte dei nemici. E’ interessante tuttavia leggere un commento ebraico a questo testo che dice: “Gli angeli del servizio divino volevano intonare un canto, il Santo Benedetto disse: l’opera delle mie mani affoga nel mare e voi intonate un canto?” (Talmud Babli, Meghiolla 10b). Dio cioè non si unisce alla gioia del suo popolo e degli angeli per la morte degli egiziani, anzi, li rimprovera.

Cari fratelli, noi oggi cantiamo di gioia per la vita che riceviamo dal Signore. Nessuno di noi se l’è data da solo. Non siamo i padroni assoluti della vita né della morte. La vita è dono di Dio oggi e sempre. Questo noi oggi cantiamo e celebriamo con gioia nella consapevolezza che siamo nelle sue mani piene di amore per noi. Affidiamo a lui i nostri dolori, le nostre sofferenze, ma anche le nostre gioie e speranze perché questo annuncio di vita si diffonda e noi ne diveniamo testimoni in opere e in parole. C’è bisogno di donne e uomini che celebrino e comunichino il segreto che oggi riceviamo, il segreto della Pasqua. Il mondo ha bisogno di vita, di umanità, di pace, di amore. Ne hanno bisogno le donne e gli uomini in guerra, i poveri, gli anziani; tutti ne hanno bisogno. Non possiamo accettare come normali la rabbia e l’odio, neppure la paura e l’astio. Noi cristiani siamo donne e uomini di speranza, che hanno la responsabilità di comunicare agli altri il senso di una vita con gli altri, perché il mondo diventi un luogo dove vivere insieme, forti e deboli, poveri e ricchi, sani e malati, italiani e stranieri, buoni e cattivi. Noi cristiani siamo pacificatori! Sia la Pasqua un inno alla vita per ognuno e per tutti noi insieme. Il Signore ha sofferto ingiustamente, ma non si è vendicato su coloro che lo avevano condannato e crocifisso. Anzi, dalla croce li ha perdonati, mentre diceva a un malfattore: “Oggi sarai con me in paradiso”. Questo è il suo messaggio di vita per noi e per il mondo. Accogliamolo come una proposta e assumiamolo come un impegno perché il mondo sia rinnovato dalla vita che egli ci ha donato senza nostro merito.



                            + Ambrogio Vescovo

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